SALA

“DOLORE ESISTENZIALE”

Le 16 opere presenti in questa sala rappresentano il dolore nelle sue varie espressioni, da quello esistenziale, spirituale a quello contingentale e fisico. Una concezione dell’arte decadente effusa alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento nell’ambito della letteratura italiana e straniera e delle arti figurative.

A più riprese, nel corso della sua vita, Martinez manifesta il sentimento del dolore con sofferte riflessioni scritte e scolpite.

Alcune delle opere presenti sono:

1915, GESSO

DOLORE UMANO

Nel 1915 anno in cui l’Italia partecipa alla Prima Guerra Mondiale, Martinez modella un ragazzo nudo rannicchiato contro un masso.  Il giovane uomo nella sua posizione innaturale, con il capo velato poggiato sul ginocchio, esprime sofferenza esistenziale generata dal dolore contingentale della guerra.

Il velo posato sulla testa si adagia sul collo, sul masso e sul ginocchio, “legando” il giovane alla pietra su cui muore. Nei suoi diversi significati, il velo, nelle civiltà in cui viene usato, è simbolo di spiritualità, fede, identità e in particolare di devozione e rispetto. In quest’opera coinvolgente è il simbolo del “dolore umano”, dei soldati che soffrono combattendo e dello strazio dei caduti in guerra i cui volti sono impressi nella memoria dei loro congiunti come il volto che affiora dall’altro lato della roccia.

Un’atmosfera malinconica e decadente associa l’opera al simbolismo di Leonardo Bistolfi e alle tematiche del Decadentismo letterario e artistico di fine Ottocento e dei primi decenni del Novecento. (S. Luperto)

1915, Il Dolore Umano, G. Martinez

1926, GESSO

GIOVANE EROE MORENTE

La testa del Giovane eroe morente è il particolare di un progetto con il quale l’artista partecipa al concorso per il Monumento ai caduti da realizzare a Galatina. Fa parte di un gruppo di eleganti sculture eseguite nel 1926 che rimandano alle raffinate forme scultoree del secessionismo romano. Il bel volto con il capo adagiato a destra, vagamente michelangiolesco, gli occhi socchiusi, la composta capigliatura e il nitore dei volumi simboleggiano la purezza dello stile dolcemente malinconico secessionista e nel contempo evocano un volto assonnato che tende a uno stato di riposo temporaneo e non eterno.

La scultura in gesso patinato, dalla superficie vellutata, pur essendo un dettaglio, rileva Alberto Neppi, raggiunge “la pienezza sublimatrice dello stile, per cui questa, che è un frammento se badiamo alla destinazione pratica delle opere d’arte, costituisce un compiuto organismo di lirica e musicale espressione”. (S. Luperto)

1926, Giovane eroe morente, G. Martinez

1922, GESSO

CAINO

Nella monumentale scultura (eseguita in appena venti giorni) la forza del travagliato dolore irrompe dal gesto di Caino nell’atto di ripararsi, con il palmo della mano aperta, dal violento senso di colpa che lo ha prostrato al suolo, in quel luogo da cui affiora il viso del fratello assassinato a destargli il tormento del rimorso. Ogni muscolo del corpo evidenzia sofferenza spirituale, ma soprattutto la smorfia della ferina faccia, solcata e scavata, esprime l’impeto dell’orrore. Caino è nudo così come nuda e cruda è la tragica conseguenza della sua azione. Il volto contratto è una maschera tragica, la facies del dolore intenso, interiore, sorprendentemente religioso.

In quest’opera tendenzialmente espressionista, Martinez, superando gli schemi classici, fonde nel potente plasticismo (carico di echi classicisti) il michelangiolismo rodiniano con il primitivismo di Mestrovic, esaltando il movimento dell’azione nella tensione del viso contratto in una deforme maschera di dolore. (S. Luperto)

1922, Caino
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